dal libro ‘La pigrizia non esiste’ di
Devon
Price prendono avvio le considerazioni che
seguono
Il titolo sembra essere volutamente provocatorio: la
pigrizia, intesa come difetto morale
della persona, in effetti non sembra esistere.
Quando definiamo qualcuno «pigro», spesso
interrompiamo l'analisi proprio nel punto in cui
dovrebbe cominciare: vediamo che una persona non “fa
qualcosa” e concludiamo che “non ha voglia”, “non si
impegna”, “non ha disciplina”.
Dietro quel
comportamento possono esserci tuttavia stanchezza,
paura, sovraccarico, mancanza di motivazione, un
obiettivo privo di significato o, semplicemente, il
bisogno – molto umano – di fermarsi. Price
suggerisce quindi di sostituire il giudizio
con la curiosità:
Non più: «Perché sono così pigro?» ma «Che cosa mi
sta succedendo?»
È una differenza soltanto apparentemente piccola:
nella prima domanda c'è una condanna dell'identità,
nella seconda c'è la possibilità di comprendere e –
magari – di cambiare.
Il problema è che abbiamo imparato a misurare noi
stessi attraverso ciò che facciamo
Viviamo in una cultura nella quale essere “occupati”
è quasi diventata una virtù morale.
«Sono pieno di cose da fare» viene spesso
pronunciato con una sfumatura di orgoglio.
Al contrario, dire «oggi non faccio niente» può
generare una strana sensazione di colpa, come se il
tempo avesse valore soltanto quando viene
trasformato in qualcosa di produttivo.
- Lavorare, studiare,
migliorarsi, organizzare, rispondere,
programmare, raggiungere obiettivi: tutte
attività legittime, spesso importanti.
Il problema nasce quando
diventano il metro attraverso il quale
giudichiamo il nostro stesso valore. A quel
punto non ci concediamo più semplicemente un
pomeriggio libero, dobbiamo “meritarlo”; non ci
concediamo una pausa perché siamo stanchi, dobbiamo
prima “aver fatto abbastanza”. Anche quando
finalmente ci fermiamo, una parte della mente
continua a lavorare:
«cosa dovrei fare? cosa sto rimandando? cosa potrei
recuperare? sto sprecando tempo?»
È difficile chiamarlo veramente riposo.
“Staccare la spina” non dovrebbe essere una ricompensa
Sarebbe opportuno compiere un piccolo cambiamento
concettuale: il riposo non dovrebbe essere il premio
che ci concediamo dopo aver prodotto abbastanza,
ma una delle condizioni normali della vita.
Un essere umano non è una macchina che deve
funzionare continuamente alla massima efficienza, è
un organismo: ha ritmi, limiti, bisogni,
relazioni, emozioni; soprattutto, è un animale
sociale.
Questo aspetto è importante, perché ci ricorda
qualcosa che la cultura della prestazione
tende a nascondere: non siamo fatti per essere
autosufficienti e produttivi in ogni momento.
Abbiamo bisogno degli altri, di appartenenza, di
parlare, ridere, condividere, essere ascoltati,
prenderci cura e lasciarci accudire … Abbiamo
bisogno anche di momenti nei quali non dobbiamo
dimostrare assolutamente niente a nessuno.
L'otium:
il tempo che non deve “produrre”
Non credo sia nemmeno necessario inventare “da zero”
un modo diverso di concepire il tempo libero. Gli
antichi avevano già intuito qualcosa che oggi
rischiamo di avere dimenticato: i Romani lo
chiamavano otium. Nella cultura romana
infatti, soprattutto in Cicerone
e Seneca,
l'otium si contrapponeva al negotium,
il tempo degli affari, degli impegni e della vita
pubblica. Ma non significava semplicemente «non fare
nulla»; era il tempo sottratto alla necessità
e restituito alla riflessione, allo studio,
alla filosofia, alla conversazione, alla cura di sé;
distinzione che oggi abbiamo forse dimenticato.
Siamo portati a considerare «utile» il tempo nel
quale produciamo qualcosa e «inutile» quello nel
quale apparentemente non produciamo nulla. L'otium
suggerisce invece che possa esistere un tempo che
non deve necessariamente trasformarsi in un
risultato ed è proprio questa la sua lezione più
attuale: non tutto il tempo libero deve servire
a recuperare energie per tornare a “produrre
meglio”.
Esiste anche un tempo che ha valore semplicemente
perché ci restituisce a noi stessi.
In questo senso, l'otium non è propriamente
«pigrizia». È piuttosto una forma di libertà dal negotium:
uno spazio nel quale l'essere umano può smettere,
almeno temporaneamente, di essere produttore,
professionista, genitore, organizzatore,
risolutore di problemi o qualunque altro
ruolo gli venga richiesto. Può semplicemente essere
Persona.
E’ proprio qui, a mio avviso, che l'antica idea
dell'otium incontra la riflessione
contemporanea sulla pigrizia: non abbiamo
bisogno di giustificare ogni momento della nostra
vita attraverso ciò che esso produce. Potremmo
persino dire che il vero contrario della
produttività non è, necessariamente, la pigrizia. È
la libertà di dedicare una parte del nostro tempo a
ciò che non produce nulla di immediatamente
misurabile, ma che può produrre qualcosa di molto
più difficile da quantificare: pensiero, relazione,
serenità, consapevolezza e – semplicemente – Vita.
[Albrecht Dürer, 'Melencolia
I' (1514)]
Ma il tempo sottratto al fare
non è necessariamente un tempo sereno
Quando ci fermiamo, può emergere anche ciò che la
continua attività riusciva temporaneamente a
nascondere: pensieri, dubbi, inquietudini, domande
senza risposta.
È forse questo uno dei significati più profondi del
dipinto qui sopra: la figura è circondata dagli
strumenti della conoscenza, della misura e della
costruzione; eppure è immobile, assorta e quasi
sospesa. Non sembra incapace di fare:
sembra, piuttosto, momentaneamente sottratta al
fare.
La melanconia, in questa prospettiva, non coincide
semplicemente con la tristezza. Può essere la
condizione ambivalente nella quale l'essere umano,
quando smette di agire, si trova finalmente davanti
a se stesso. Ecco emergere un'altra possibile
insidia: fermarsi può essere libertà, ma la
sospensione può anche trasformarsi in immobilità.
È una distinzione importante. Il riposo ci
restituisce energia quando ci permette di tornare
alla vita; diventa invece problematico quando si
trasforma in una fuga permanente dalla vita stessa.
L'amor proprio comincia forse giusto da
qui
Non significa dunque pensare di essere migliori
degli altri, piuttosto riconoscere che il
proprio valore non dipende esclusivamente dalla
propria utilità.
«Non
valgo soltanto quando:
produco, sono efficiente, risolvo un problema,
qualcuno ha bisogno di me».
Queste cose possono dare senso e soddisfazione alla
vita, ma non dovrebbero diventare la condizione per
sentirsi degni di rispetto.
Potremmo allora provare a formulare una regola molto
semplice:
«Non devo essere utile in ogni momento per avere
valore»
Questa frase, per chi è abituato a vivere secondo il
principio della prestazione, può essere
sorprendentemente difficile da accettare. Ma
proprio così nasce una possibile insidia …
Quando l'autodifesa diventa una barriera
Se riconoscere i propri limiti è sano, proteggersi
dalla pressione e dalle aspettative altrui è spesso
necessario. Esiste tuttavia un confine sottile oltre
il quale la legittima autodifesa può trasformarsi in
una nuova forma di prigionia. C'è una differenza
fra:
«Questo mi fa male, quindi ho il diritto di
fermarmi»
e:
«Questo potrebbe farmi male, quindi non voglio più
espormi»
La prima è autodifesa, la seconda può
diventare evitamento; meccanismo che
potrebbe diventare ancora più insidioso: «Se
qualcuno mi chiede qualcosa, sta violando i miei
confini». A quel punto ogni richiesta può diventare
un'invasione, ogni critica un'aggressione,
ogni responsabilità una pressione indebita,
ogni disagio qualcosa da eliminare.
Il concetto di «confine
personale»,
certamente importante, rischia così di trasformarsi
in una fortificazione dell'io e la
fortificazione, per quanto solida, ha un effetto
collaterale: protegge sì dall'esterno, ma impedisce
anche all'esterno di entrare.
Ci proteggiamo così bene dalla vita da rischiare
di smettere di viverla.
Non tutto ciò che ci protegge nel breve periodo
ci fa bene nel lungo periodo
Questa probabilmente è una delle distinzioni più
importanti.
Riposarsi quando siamo stanchi è sano, ma usare
continuamente il riposo per evitare qualcosa che ci
mette in difficoltà può diventare una forma di fuga.
- Dire «no» quando abbiamo
bisogno di un limite è sano.
- Dire sempre «no» perché
ogni richiesta ci appare come una minaccia può
progressivamente isolarci.
- Allontanarsi da una
relazione realmente distruttiva può essere
necessario.
- Allontanarsi da qualsiasi
relazione nella quale possiamo essere
criticati, delusi o vulnerabili significa invece
rinunciare a una parte essenziale della nostra
natura sociale.
L'autodifesa può diventare
autolesionista non perché sia sbagliato
proteggersi, ma perché la protezione non dovrebbe
avere come obiettivo quello di rendere la nostra
persona impermeabile a tutto.
Abbiamo bisogno anche di attrito
Forse dovremmo recuperare un'idea meno rassicurante,
ma più realistica, della crescita personale.
Un essere umano non cresce soltanto quando viene
protetto, cresce anche attraverso un certo grado di
attrito con la realtà, con gli altri e con se
stesso:
- Una discussione può
essere spiacevole, ma può insegnarci qualcosa.
- Una critica può
ferire, ma può contenere un'informazione
preziosa.
- Un impegno può
pesare, ma può anche dare senso.
- Una responsabilità
può limitarci, ma può contemporaneamente farci
sentire necessari.
- Una relazione può
renderci vulnerabili, ma è proprio quella
vulnerabilità che permette l'intimità.
Perciò «amor
proprio»
non dovrebbe significare «rendere
il proprio io impermeabile».
Al contrario, potrebbe significare avere una base
sufficientemente solida da potere rimanere aperti
senza sentirsi continuamente minacciati.
Una corazza protegge, ma impedisce anche di essere
toccati.
Autostima e amor proprio non sono
necessariamente la stessa cosa
Può essere utile distinguere anche i seguenti due
concetti:
L'autostima può essere legata alla percezione
delle proprie capacità:
«Sono capace di affrontare questa cosa»
L'amor proprio può
essere qualcosa di più radicale:
«Anche se non sono capace,
anche se sbaglio, anche se fallisco,
non per questo smetto di rispettarmi»
E’ proprio questa seconda
posizione che permette di correre dei rischi.
Se il mio valore personale non dipende dal successo,
posso permettermi di provare.
- Posso accettare una
critica,
- Posso chiedere aiuto,
- Posso riconoscere di avere
sbagliato,
- Posso affrontare una
situazione difficile,
- Posso persino permettere a
qualcuno di contraddirmi.
Non ho bisogno di difendermi
a tutti i costi, perché non devo difendere
continuamente un'immagine di me stesso. A volte,
infatti, non difendiamo realmente noi stessi, ma la
fragilità della nostra immagine; più quell'immagine
è fragile, più ogni contraddizione viene vissuta
come un attacco.
Confini, ma non muri
Possiamo allora figurarci una sorta di equilibrio
fra tre elementi: rispetto di sé, confini,
apertura:
il rispetto di sé permette di stabilire dei confini,
ma i confini non dovrebbero diventare muri
e l'apertura non dovrebbe significare sottomissione.
La maturità potrebbe consistere proprio nella
capacità di tenere insieme queste tre cose.
«So proteggermi, ma non devo proteggermi da tutto».
È una posizione molto diversa, tanto dalla disponibilità
indiscriminata quanto dalla chiusura
difensiva.
Allora come si fa, davvero, a “staccare la spina”?
La mente abituata alla produttività, quando
finalmente si ferma, spesso comincia a produrre sensi
di colpa. Per questo può essere utile trasformare
il riposo in una scelta deliberata, non
nell'ultimo residuo di tempo rimasto dopo aver fatto
tutto il resto.
Sapere che abbiamo «diritto
al riposo»
non significa necessariamente «essere
capaci di riposare».
La mente abituata alla produttività, quando
finalmente si ferma, spesso comincia a produrre
sensi di colpa. Ma forse esiste anche una forma
molto più semplice di riposo: quella nella quale non
dobbiamo necessariamente trasformare la pausa in
qualcosa di utile.

[Vincent
van Gogh, 'La Siesta' (After
Millet) (1890)]
Nel dipinto di van Gogh, ad
esempio, non c'è la malinconia
di Dürer, né la tensione di chi si interroga sul
significato del fare. Ci sono due persone
che dormono, distese nel campo, accanto agli
strumenti del lavoro. Il lavoro non è negato:
è semplicemente sospeso.
Forse è proprio questa una delle immagini più
semplici dell'otium: non l'ozio come rifiuto
dell'attività, ma la possibilità di interromperla
senza sentirsi in colpa:
- Non stanno «sprecando
tempo».
- Non stanno «recuperando
produttività».
- Non stanno nemmeno cercando
una giustificazione per il loro riposo. Stanno
riposando.
Dovremmo imparare nuovamente a
considerare questa come un'attività sufficiente.
Stabilire il proprio tempo “non produttivo”
Non occorre aspettare di essere completamente
esausti per concedersi una pausa, ma decidere invece
che esistono momenti nei quali non è richiesto alcun
risultato. Non bisogna (per forza):
leggere un libro utile
fare sport
imparare qualcosa
nemmeno «rilassarsi bene»
Si può semplicemente STARE. Il
criterio non è:
«Sto utilizzando bene questo tempo?», ma: «Questo
tempo mi appartiene?»
Separare il riposo dalla ricompensa
«Prima finisco tutto, poi mi riposo»
Il problema è che «tutto» quasi mai finisce; le cose
da fare generano altre cose da fare.
Meglio pensare: «Questo compito è importante, ma
anche il mio riposo lo è»
Non come premio, bensì come parte dell'equilibrio.
Imparare a tollerare il senso
di colpa
Quando iniziamo a riposare in modo diverso, il senso
di colpa può comunque comparire, ma la sua presenza
non significa che stiamo facendo qualcosa di
sbagliato.
Possiamo semplicemente osservare:
«Mi sento in colpa perché non sto facendo nulla»
E aggiungere:
«Ma non c'è alcuna emergenza. Sto imparando a
fermarmi»
Il senso di colpa può essere un'abitudine
mentale, non necessariamente un giudizio
attendibile sulla nostra condotta.
Creare un vero rituale di fine attività
Per alcune persone non basta decidere di smettere,
serve un confine:
- Chiudere
il computer; mettere via i documenti; spegnere
le notifiche; cambiare ambiente; fare una
passeggiata; preparare qualcosa da mangiare;
qualunque gesto possa comunicare al cervello:
«Per oggi, questa parte è finita»
È sorprendentemente
difficile riposarsi quando il lavoro rimane
psicologicamente aperto.
Conservare attività che non devono produrre nulla
- Una passeggiata senza
obiettivo
- Una conversazione
- La musica
- Guardare un film
- Stare con una persona cara
- Giocare
- Persino annoiarsi
Sono attività apparentemente
“inutili”, ma forse è proprio questa la loro
funzione.
Non tutto ciò che facciamo deve generare un
risultato misurabile.
Ora torna l'animale sociale
Il tempo passato con gli altri non è necessariamente
tempo sottratto alla produttività.
Una cena tranquilla, una conversazione che si
prolunga senza motivo, una risata, una passeggiata
insieme: apparentemente non “servono” a nulla,
eppure sono proprio queste esperienze a costruire
legami. Un essere umano che dedica tutto il proprio
tempo alla produzione rischia di diventare molto
efficiente e, contemporaneamente, molto
povero di relazioni. Perché le relazioni richiedono
tempo non finalizzato. Richiedono presenza
e la presenza è quasi l'opposto della produttività.

[Niels
Frederik Schiøttz-Jensen, 'Fishermen
Resting on the Beach' (1904)]
Il riposo, però, non deve necessariamente essere
solitario. Ci sono forme di otium che
consistono semplicemente nello stare insieme
quando non c'è più nulla da produrre.
La scena dei pescatori
sulla spiaggia restituisce proprio questa
dimensione: gli strumenti del lavoro sono ancora
lì, accanto a loro, ma per il momento non
vengono utilizzati. Anche qui, il lavoro non è
rinnegato; è semplicemente sospeso e la
sospensione è condivisa.
Anche questo appartiene alla nostra natura di
animali sociali: non soltanto lavorare insieme,
ma anche saperci fermare insieme. Una
conversazione senza scopo, una pausa, una
risata, una passeggiata, il semplice stare
accanto a qualcuno: attività che difficilmente
entrerebbero in un bilancio di produttività, ma
che possono avere un valore enorme nella
costruzione dei legami ed è proprio in tale
circostanza che il riposo smette definitivamente
di essere «tempo perso»: quando non serve a produrre
qualcosa, ma semplicemente a condividere
qualcosa.
Ma anche qui vale - di
nuovo - la cautela: stare con gli altri non
significa essere sempre disponibili agli
altri. L'animale sociale ha
bisogno tanto di appartenenza quanto di uno
spazio proprio. Il confine sano non è quello che
ci separa dagli altri: è quello che ci permette
di stare con gli altri senza perderci.
Una piccola
rivoluzione personale
Forse allora “staccare la
spina” non significa «imparare
a fare meglio il nulla».
Significa, piuttosto, smettere di considerare il nulla
come qualcosa che dobbiamo giustificare.
Significa, anche, non trasformare questa
consapevolezza in una nuova forma di fuga.
Poiché possiamo:
- essere produttivi e
riposare
- avere ambizioni e
avere dei limiti
- prenderci cura degli altri
e prenderci cura di noi stessi
- essere responsabili senza
essere permanentemente disponibili
- proteggerci senza
costruire una fortezza
- accettare la fatica senza
trasformarla in una virtù obbligatoria
Soprattutto, possiamo
riconoscere una cosa molto semplice:
il nostro valore non aumenta
quando facciamo di più e non diminuisce
quando facciamo di meno.
La produttività misura ciò
che abbiamo fatto, non misura ciò che
siamo.
Allora, la vera sfida non
sarebbe diventare meno pigri, ma imparare a
distinguere ciò che ci consuma da ciò che ci
fa crescere; a fermarci davanti a ciò che ci
distrugge, ma anche ad avere abbastanza fiducia in
noi stessi per non fuggire davanti a tutto ciò
che ci mette alla prova.
Perché - forse - il vero
equilibrio non è fra «fare» e «non fare», ma fra proteggersi
e aprirsi, riposare e impegnarsi,
dire «no» e saper dire «sì», avere cura di sé e
continuare ad avere cura degli altri.
Allora, qualche volta, si può
davvero affermare:
«Per oggi basta, adesso vivo»,
non per scappare dalla vita, ma per tornare ad
essa.
Inoltre:
«Non devo essere sempre
produttivo per avere valore, né sempre
razionale per avere ragione, né sempre forte
per meritare rispetto. Posso fermarmi, sbagliare,
essere un po' folle, avere bisogno
degli altri, proteggermi senza chiudermi e
impegnarmi senza consumarmi. Perché non sono una funzione, né
un ruolo, né una prestazione: sono una Persona»
[Niels Frederik
Schiøttz-Jensen, 'Summer on
the Dunes' (1913)]
Forse anche questo è otium:
non avere nulla da dimostrare,
almeno per un momento
Erasmo
da Rotterdam sembra dunque anticipare la tesi
di Devon
Price:
il parallelismo funziona
soprattutto come strumento di critica delle
convenzioni sociali e delle pretese di razionalità
con cui giudichiamo noi stessi e gli altri.
Potremmo così avere una
sequenza interessante: con Price la pigrizia
non esiste come colpa, mentre con Erasmo la
follia può essere una forma di saggezza che
smaschera le convenzioni.
⇓
Non dobbiamo
diventare schiavi né della produttività
né della c.d. razionalità
sociale che la impone
La Follia di
Erasmo parla in prima persona e celebra
paradossalmente se stessa, mostrando come moltissime
attività umane apparentemente “serie” vengano
sostenute da illusioni, vanità, autocompiacimento e
convenzioni. La voce della Follia permette a
Erasmo di fare qualcosa di molto potente: dire cose
scomode assumendo il punto di vista di ciò che
normalmente viene considerato irrazionale.
Adesso il parallelo con la pigrizia diventa
interessante:
- La società dice:
«devi essere produttivo»; La Follia
potrebbe rispondere: «davvero? E chi ha deciso
che essere continuamente occupati sia una
virtù?»
- La società dice:
«devi avere successo»; La Follia: «e se
il vostro successo fosse soltanto una delle
tante illusioni collettive?»
- La società dice:
«devi essere sempre razionale, efficiente,
controllato»; La Follia: «e se una parte
della felicità umana dipendesse proprio dalla
capacità di non esserlo sempre?»
Ma c'è un punto ancora più
interessante: La Follia di Erasmo
non è semplicemente un elogio dell'irrazionalità, è
una maschera critica. Questo permette di
evitare un'altra possibile trappola: non vogliamo
sostituire una norma con la sua negazione, passando
da: «Devi essere sempre produttivo» a: «Non devi mai
essere produttivo»; Né da: «Devi essere forte» a:
«Devi sempre proteggerti»; Nemmeno da: «Devi essere
razionale» a: «La razionalità non serve».
La vera libertà
potrebbe stare nella possibilità di non essere
completamente identificati con alcuna di queste
prescrizioni; la follia come libertà dalla «parte
assegnata»,
ricordandoci che gli esseri umani recitano
continuamente delle parti:
- Il lavoratore efficiente
- La persona sempre
disponibile
- Il professionista
impeccabile
- Il genitore responsabile
- L'individuo autonomo
- La persona forte
- Quello che «non ha bisogno
di nessuno»
Si potrebbe anche aggiungere:
La persona che dev'essere
«sempre capace di gestire se stessa».
Forse una parte dell'amor
proprio consiste proprio nel potere, ogni tanto,
uscire dalla parte che ci siamo assegnati,
dicendo:
- «Oggi non sono efficiente»
- «Questa cosa non la so
fare»
- «Ho bisogno di aiuto»
- «Ho sbagliato»
- «Non ho voglia»
- «Sono stanco»
- «Questa volta non ce la
faccio»
Non sono necessariamente
dichiarazioni di debolezza, possono essere
dichiarazioni di libertà.
In verità, nessuno è
completamente autosufficiente: la pretesa di
esserlo può diventare una delle forme più
sofisticate di alienazione.
Ciò si collega perfettamente anche alle barriere
anzidette, con il paradosso secondo cui «l'autodifesa
può trasformarsi in una barriera»;
mentre Erasmo offre una'altra chiave, in base alla
quale anche l'immagine che costruiamo di noi stessi
può diventare una barriera:
- Se devo essere sempre forte,
non posso mostrarmi fragile
- Se devo essere sempre razionale,
non posso lasciarmi sorprendere
- Se devo essere sempre produttivo,
non posso fermarmi
- Se devo essere sempre autonomo,
non posso chiedere aiuto
- Se devo essere sempre coerente,
non posso cambiare idea
… Arrivando a difendere non
più la nostra persona, ma il personaggio che
abbiamo costruito per poter stare nel mondo. La Follia
di Erasmo, in questo senso, potrebbe quasi dirci:
«Attenzione: non prenderti
troppo sul serio»
Non perché la vita non
sia seria, ma perché prendersi troppo sul serio può
impedirci di vivere.
In sintesi:
- La pigrizia ci
libera, infine, dalla colpa di non essere
continuamente produttivi.
- La follia ci libera
dalla pretesa di essere continuamente razionali,
efficienti e conformi.
- L'amor proprio ci
permette di non misurare il nostro valore
attraverso queste prestazioni.
- La relazione ci
ricorda però che non siamo individui isolati:
abbiamo bisogno degli altri e gli altri hanno
bisogno di noi.
Quindi, nessuno di questi
concetti può essere assolutizzato:
- Non pigrizia assoluta.
- Non follia assoluta.
- Non autodifesa assoluta.
- Non produttività
assoluta.
La parola che manca è
probabilmente misura; una misura
dinamica, non una regola fissa.
⇓
‘La pigrizia non
esiste’ di Price diventerebbe quindi una specie di
"innesco", mentre Erasmo fornirebbe una sorta di
"antenato intellettuale" della provocazione:
entrambi ci invitano, con strumenti molto diversi, a
mettere in discussione ciò che una società considera
«normale», «virtuoso» o «necessario».
GRAZIE PER
AVERE ACCEDUTO ALLA PAGINA